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Lightcut Film

IL GRANDE PASSO, LE RASSEGNE STAMPA

It’s Carlo Mazzacurati meets Steven Spielberg in Antonio Padovan’s latest film, Il grande passo, which was presented in competition at the 37th Turin Film Festival. A bittersweet sci-fi tale focusing on two brothers who meet for the first time, set against the backdrop of a foggy Venetian landscape and featuring improbable experiments with DIY space rockets, the movie takes in the melancholy and the poetry surrounding the small things in life that we associate with the late Venetian director, and the idealism and wonder exuded by the science-fiction films of the American maestro.

“You want to go to the moon? You’re not NASA!”. Dragged into the matter as his brother’s closest living relative, despite there being no relationship whatsoever between them as a result of their coming from two different mothers – and one absent father – stereotypical Roman Mario (Stefano Fresi) is forced to hot-foot it to Polesine, in the Venetian countryside, to come to the aid of Dario (Giuseppe Battiston), because the latter, whilst attempting to launch a rocket to the moon and setting a field alight in the process, has been reported to the authorities and now risks being carted off to a psychiatric hospital. They might be very similar from a physical perspective (this is the first time that Battiston and Fresi have appeared on screen together and, undoubtedly, this pairing is another source of curiosity in the film), but, in reality, these two half-brothers couldn’t be more different. One of them, surly and seen to be the local madman, dreams of voyaging into space by leveraging the propulsive force of the Padana fog; the other, affable and simple-minded with his feet firmly anchored to the ground, doesn’t set his sights further than the little hardware shop that he runs in Rome with his mother.

Also setting the two brothers apart are the conflicting memories they have of their shared parent: for Mario, his dad is practically a ghost; for Dario, he’s the person who gave him his visionary mind and intelligence. Dreams are what separate human beings from animals, his father would tell him. And, after the trauma of being abandoned by him, Dario grew up dreaming, to the point of finding himself marginalised and derided by those in his village. Battiston (previously directed by Padovan in his popular first work, The Last Prosecco [+]) portrays the painful madness of this obsessive character with subtlety and measure, a character whose sole goal in life is to break away from planet Earth and fly away. Fresi, meanwhile, doesn’t disappoint in the shoes of the gentle giant – disoriented in this remote northern village, and decidedly overwhelmed by his brother’s absurd aspirations – who lends a touch of comedy to the film.

A beautiful ode to the dreamers of this world, the films suffers from a central section which seems to come to a standstill – the opposing temperaments of the characters are over-egged without adding much in terms of plot. The epilogue, however, which sees all the characters’ eyes filled with wonder (amongst whom we find Roberto Citran, Camilla Filippi and Teco Celio, with a cameo from Flavio Bucci), could rival the very best Spielberg offering. Will our hero fulfil his utopian dream of flying to the moon? What really matters is to keep the faith, right on through to the bitter end.

Written by the director, alongside Marco Pettenello (who wrote four of Mazzacurati’s films), and featuring the music of Pino Donaggio and special effects by the Rome-based group Lightcut Film (it’s worth noting that there’s no shortage of scenes rivalling those at Cape Canaveral in this film), Il grande passo is produced by Ipotesi Cinema and Stemal Entertainment together with Rai Cinema.

TORINO – Estate del 1969, in una calda notte di luglio l’uomo posa per la prima volta il piede sulla luna. “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, annunciavano emozionati i cronisti televisivi dell’epoca a un’enorme platea di spettatori, stretti tutti insieme a trattenere il fiato, nell’attesa che il gesto eroico fosse compiuto, nell’illusione che quel passo avrebbe cambiato per sempre le sorti dell’umanità. I cittadini del mondo, tornati bambini, avevano cominciato a sognare. A guardare le immagini in diretta insieme a suo padre c’era anche un bambino, che da quel momento non ha mai abbandonato il sogno di riuscire ad andare sulla luna. È Dario Cavalieri (Giuseppe Battiston), protagonista dell’unico film italiano in concorso al TFF, Il grande passo, secondo lungometraggio di Antonio Padovan (Finché c’è prosecco c’è speranza) in cui c’è anche Stefano Fresi nel ruolo del fratello di Dario, o meglio ‘Luna Storta’ come lo chiamano in paese ironizzando su quel sogno impossibile a cui ha dedicato tutta una vita.

I due fratelli sono figli di madri diverse, si sono visti solo una volta da bambini e si incontrano da adulti, fisicamente simili ma caratterialmente diversissimi. Mario (Fresi) gestisce con la madre una sonnolenta ferramenta di quartiere a Roma, quando era bambino il padre è andato via e non è più tornato. Da piccolo era un campione di atletica leggera, ma poi ha lasciato perdere, anche per colpa del padre, ha preso peso e adesso ciondola nella ferramenta, senza grosse curiosità, se non su cosa cucinerà sua madre per cena. Dario ( Battiston) vive in mezzo alla campagna veneta. A differenza del fratello ha un bel ricordo del padre, da cui ha preso la passione per le invenzioni e le imprese impossibili. Ostinato, geniale e monomaniaco, visto dai compaesani come un matto, Dario ha dedicato la sua vita a un’ambiziosa, per non dire impossibile, impresa. Le loro strade si incrociano quando un giorno l’avvocato di Dario, accusato di aver provocato un incendio e finito in carcere, chiama Mario e gli dice gli chiede di venire in Veneto a occuparsi del fratello. Il padre, rintracciato al telefono, ha detto che lui non può assolutamente venire, e Mario è rimasto l’unico parente di quel fratello che quasi non conosce. Mario esita, dubita, poi un po’ controvoglia parte verso nord. Nel momento in cui si avvicinano nasce in loro un’inaspettata complicità che li porta a decidere di tentare, contro tutti, l’impossibile impresa. Perché i sogni, come disse a Dario quella notte suo padre prima di scomparire senza dar più notizie di sé, sono la differenza tra gli esseri umani e gli animali.

Incredibile la somiglianza fisica tra i due interpreti che così commentano loro prima esperienza sul set insieme: “Stefano ha il dono di essere sempre propositivo e positivo. Sul set ha disgustosamente un sorriso per tutti,  anche per chi no se lo merita”, scherza Battiston parlando del collega, che invece sottolinea: “Con Battiston ci siamo trovati molto bene insieme, lavorare con lui era per me un punto di arrivo perché ho un grande stima nei suoi confronti da molto tempo. Man mano ci siamo scoperti, personalmente e sul set, abbiamo molte cose in comune, spero che lavoreremo ancora insieme”.

Il grande passo è commedia con forti riferimenti a Carlo Mazzacurati, ambienta nei suoi luoghi, che ripropone quei sentimenti delicati e autentici e quella vena malinconica tipica della sua poetica. “Raccontando questa storia ho voluto rendere omaggio a due mondi del cinema che amo e che vivono dentro di me: da un lato quello americano, un po’ infantile e sentimentalista, con cui sono cresciuto da bambino. Dall’altro il cinema della mia terra, quello silenzioso e sincero, creato da artigiani come Carlo Mazzacurati, fatto di spazi dilatati e affetto per la normalità”, sottolinea il regista Antonio Padovan che rivela di aver iniziato a pensare alla storia mentre stava finendo il suo primo film, tratto da un giallo di Fulvio Ervas, spinto soprattutto dalla voglia di scrivere una storia tutta sua. “Da anni Marco Pettenello, il mio co-sceneggiatore, voleva vedere Giuseppe Battiston e Stefano Fresi come fratelli in un film, e a me piaceva l’idea di raccontare la storia di qualcuno che ha un sogno impossibile, di qualcuno che nella vita fallisce, mi affeziono più ai personaggi che falliscono che a quelli che ce la fanno. A differenza dei film americani volevo, però, che il mio film fosse molto reale, esplorando anche i lati negativi di un sogno che divora. Il personaggio di  Dario vive un po’ ai margini di un paese, viene deriso, si è isolato e logorato per il suo sogno, mangia solo compulsivamente uova sode, come le sei che ho chiesto di mangiare a Battiston in un unico piano sequenza”.

Nel film – prodotto da Ipotesi Cinema e Stemal Entertainment con Rai Cinema –  si ritrova un cinema sognante, dell’ingenuità come valore, dell’inno alla meraviglia, delle inquadrature strette sui primi piani dei personaggi, che fissano qualcosa di fantastico come fossero bambini traboccanti di meraviglia. Ma anche tutta la campagna veneta, malinconica, affondata dalla nebbia, quei suoi abitanti a volte rudi con tutta la loro semplice e quotidiana normalità.

Battiston e Fresi, due fratelli divisi dai sogni spaziali

In «Il grande passo» il regista Antonio Padovan gioca su affinità fisica e differenze psicologiche per inventare una simpatica favola fantascientifica.

Dopo il fortunato «Finché c’è Prosecco c’è speranza», Antonio Padovan torna a giocare con lo scontro tra due mondi in «Il grande passo», in concorso al Torino Film Festival. Ieri c’erano i delitti da una parte e i peccati della modernità dall’altra, oggi sono i sogni che costringono la realtà a mettersi in discussione. I primi sono quelli di Dario, da sempre convinto di poter volare sulla luna; la seconda è quella in cui vive il fratellastro Mario: un tentativo finito malissimo di volo spaziale lo costringe a lasciare il suo tran-tram romano (fa il ferramenta) per raggiungere l’aspirante astronauta in Veneto. Affidando il ruolo di Dario a Giuseppe Battiston e quello di Mario a Stefano Fresi, la regia gioca sull’affinità fisica e le differenze psicologiche per inventare una simpatica favola fantascientifica dove la concretezza del buonsenso finisce per fare i conti con la forza dei desideri e lasciarci col dubbio che anche la più impossibile delle utopie abbia diritto ad essere coltivata.

Nella sezione Festa Mobile, invece, Maurizio Zaccaro con «Nour» ci porta sull’isola di Lampedusa per raccontare la fatica quotidiana del medico Pietro Bartolo (un convincente Sergio Castellitto) alle prese con un caso molto vicino alla realtà, quello di una ragazzina, la Nour del titolo, arrivata senza genitori (all’origine c’è il libro «Lacrime di sale» dove il medico si racconta a Lidia Tilotta). Allievo prediletto di Ermanno Olmi, alla cui memoria il film è dedicato, Zaccaro aveva inizialmente pensato questa storia per una destinazione televisiva. Perché sia diventata un film per il cinema resta un po’ un mistero, visto che non ne possiede né l’efficacia narrativa né il rigore. Zaccaro affronta i temi con onestà e senza retorica ma il fantasma della realtà e quello che l’immigrazione ha finito per significare in questi tempi (quando Nour era già stato girato) finiscono per fragilizzare le sue buone intenzioni.

Il grande passo di Antonio Padovan

“Ho unito il cinema di Steven Spielberg e quello di Carlo Mazzacurati. Mi sono messo dalla parte dello spettatore”, spiega il regista. Al TFF 37.
“Questa storia è nata due anni fa, mentre stavo finendo Finché c’è prosecco c’è speranza. Era il mio primo film, ed era tratto da un libro. Volevo realizzare qualcosa di mio, mi affascinava l’idea di un sogno impossibile, che poi magari sarebbe anche fallito. Mi interessava capire come questo si rifletta sulla famiglia, su chi ci circonda”, spiega il regista Antonio Padovan, che presenta la sua opera seconda Il grande passo, unico titolo italiano in Concorso al Torino Film Festival.

“Ho realizzato ll grande passo pensando al pubblico, ho lavorato mettendomi dalla parte dello spettatore e non del regista. Qui si fondono due filoni importanti della mia esistenza. La passione per il cinema di Steven Spielberg e per quello di Carlo Mazzacurati che ha narrato la mia terra, il Polesine. L’obiettivo era di unire questi due mondi molto diversi tra loro. Per dodici anni sono stato all’estero, e a farmi tornare forse è stato anche Mazzacurati, per la dolcezza con cui raccontava quei luoghi”, aggiunge Padovan.

Il grande passo è l’avventura di due fratelli che non si sono quasi mai incontrati. Uno vive a Roma, l’altro nella nebbia del Polesine. Uno ha un negozio, l’altro vuole andare sulla luna. Condividono un padre che forse non li ha mai amati davvero, imparano a comprendersi con il passare dei giorni.

A interpretare i due protagonisti sono Stefano Fresi e Giuseppe Battiston. “Si è creata una bella comunione con il gruppo, una sintonia particolare. Finché c’è prosecco c’è speranza è stata un’esperienza incredibile. Ne ho un ricordo bellissimo. E qui ci siamo ritrovati tutti. Grandi maestri non cambiavano mai i loro collaboratori. Mi viene in mente Cassavetes, per esempio. Stare sul set sempre con gli stessi attori è un modo per scavare più a fondo. Alla conoscenza umana si somma quella del cinema. Il mio personaggio è frutto di un percorso che abbiamo fatto insieme”, dice Battiston.

Invece Fresi è: “Un outsider, un esterno. Non facevo parte della squadra. Si sono instaurati dei legami unici tra di noi. Adesso io e Battiston siamo amici, c’è una grande complicità. Ho una stima infinita per lui, speravo di recitarci insieme, e vorrei che succedesse ancora. Ci siamo scoperti, abbiamo molte passioni in comune”. Aggiunge Battiston: “Lui è sempre positivo, ha un sorriso per tutti. Ha illuminato il Polesine (ride, n.d.r.)”.

Nel cast c’è anche Camilla Filippi, nei panni della figlia dello scontroso vicino: “Da piccoli scateniamo la fantasia davanti ai cartoni animati. Quando ho letto il copione, ho capito che sarebbe stato bellissimo far parte di una favola. Per me è stato come chiudere il cerchio”. Infine interviene Padovan: “Abbiamo portato un razzo da Roma fin nel Polesine, in autostrada. Poi la postproduzione è stata lunga, ho imparato tanto”.

#TFF37 – Il grande passo, di Antonio Padovan

Come già accadeva in Tito e gli alieni, l’equilibrata commedia di Paola Randi, anche in Il grande passo, lo spazio celeste diventa il rifugio privilegiato di chi non ha più nulla da sperare e da amare su questa terra. Dario Cavalieri (Giuseppe Battiston) vive in un profondissimo nord che neppure le mappe lo riportano, è un solitario, ma è anche quasi ingegnere aerospaziale e progetta di andare sulla luna. Suo fratellastro, Mario è invece un bonario commerciante di ferramenta a Roma. Le loro vite si riuniranno dopo anni ed entrambi scopriranno il valore della fratellanza e la verità su un padre che dire distratto è dire troppo poco. Ma forse è anche un po’ tardi per i rimpianti, perché il razzo di Dario è già sulla rampa di lancio.

Forse il pregio maggiore del film, in concorso al festival, è quello di non volere mai essere di troppo, oltrepassare quel limite quasi naturale che la sua natura di piccola commedia, pienamente iscritta a quel cinema che l’Italia ha costruito sui suoi difetti e sui suoi inconfessati desideri, gli impone. Il grande passo non chiede di essere nulla più di quello che è, un piccolo film sul disagio dell’esistenza, una piacevole e originale divagazione, acuta e per nulla banale sulla necessaria fuga da un ambiente ostile e sulle radici di una vera complicità familiare. È il personaggio di Battiston, nella sua centralità, a diventare pietra dello scandalo nel minuscolo centro della provincia, la sua vita solitaria e staccata da ogni bene di consumo, lo allontana da ogni consesso sociale. Dario, con la sua diversità, non vuole partecipare al mondo e cova la speranza che qualcosa di straordinario avvenga per una rivincita su un mondo sordo, distratto e malevolo. In questa prospettiva, Antonio Padovan costruisce un film di caratterizzazioni e di bonari provincialismi e Roberto Citran, Giuseppe Battston e Stefano Fresi diventano i volti di una eterna galleria di maschere e personaggi che popolano la nostra provincia oltre che il necessario sale della vicenda, restituendo così un volto reale ad un’Italia sommersa, ma reale. Un’operazione, quella di Padovan (Finché c’è prosecco c’è speranza) che ricorda quelle già compiute in quegli stessi luoghi da Carlo Mazzacurati che resta indimenticabile per la capacità che aveva di entrare nello spirito di quei personaggi. Ma Padovan, compie un’operazione pienamente sua in cui il tratto umano della vicenda resta evidente e consente che il cinema si faccia portatore di una leggerezza in cui decanta il disagio della diversità e nel quale l’indelebile memoria infantile si fa marchio preciso e permanente per la vita futura. Forse Padovan non affonda troppo la mano, non colpisce duro, ma in questa “omissione” sta probabilmente uno dei pregi del film che riconquista una sua cattiveria con una certa trasversalità di sguardo che lo caratterizza, che finisce per diventare elemento distintivo.
Il grande passo conferma, ancora una volta, la vocazione che il nostro cinema ha per la commedia che, come sempre, quando lavora entro i limiti del genere e non ha alcuna voglia di eccedere, misurandosi, piuttosto, con un principio di semplicità narrativa, sa cogliere nel segno e sa offrire un credibile spaccato di cattiveria e bonomia che attraversa il carattere italiano la cui narrazione sentiamo che ci riguarda e per questo ci piace.

Il grande passo di Antonio Padovan

Con Il grande passo il veneziano Antonio Padovan torna alla regia dopo Finché c’è prosecco c’è speranza. La sua commedia però è faticosa, scritta in modo approssimativo, troppo fragile per reggere il peso delle proprie, non indifferenti, ambizioni. In concorso al Torino Film Festival.

Un piccolo passo per l’umanità

Dario ha costruito un razzo per andare sulla Luna: il lancio, da un campo del Polesine, non riesce e anzi l’uomo brucia involontariamente l’appezzamento di terra del vicino. Le autorità del luogo, per risolvere la faccenda, chiamano il fratellastro di Dario, Mario, che vive a Roma con la mamma e che praticamente non conosce il figlio di primo letto del padre (che del resto ha abbandonato anche lui). Dopo qualche perplessità, Mario si reca nel profondo Veneto per dare una mano al fratellastro… [sinossi]

“Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”: la celeberrima frase di Neil Armstrong riecheggia nel secondo lungometraggio del veneziano Antonio Padovan in Concorso al 37° Torino Film Festival. Il grande passo del titolo è qui, invece, privato e personale, compimento di un sogno e contemporaneamente superamento delle illusioni. Dario Cavalieri (Giuseppe Battiston) vuole andare sulla Luna da quando, assieme al padre che poi lo ha abbandonato, ha visto lo sbarco del 1969 in tv. Il bambino è diventato adulto e, passati 50 anni, ha costruito un razzo per raggiungere il satellite della terra perché – come gli ha detto il papà – l’uomo, a differenza degli animali, sogna e ha sempre nuovi orizzonti da inseguire. È proprio nell’intento di centrare l’obiettivo, dunque di spararsi in aria con una navicella, che “conosciamo” Dario in una prima scena straniante per il cinema italiano, non troppo abituato a mostrare elementi fantascientifici e in cui la colonna sonora del grande Pino Donaggio ricorda volutamente le musiche di John Williams quando è proprio in vena di magniloquenza. Un incipit assolutamente spielberghiano insomma, con un tizio in mezzo alla campagna che entra in un razzo e pensa ragionevolmente di poter abbandonare questo pianeta un po’ come fa Richard Dreyfuss nel finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo. Il tentativo fallisce e l’incontro ravvicinato che aspetta Dario è al massimo quello con la giustizia e magari con l’istituto psichiatrico: nel paesino del Polesine in cui vive, del resto, è considerato un po’ da tutti il matto del villaggio, il pazzoide misantropo soprannominato “luna storta” per via della sua ossessione. Per salvarlo dal Tso c’è una sola possibilità: chiamare il fratellastro di Dario, Mario (Stefano Fresi), che vive a Roma con la madre e, sereno come il sole, gestisce con lei un negozio di ferramenta. I due fratelli si sono visti soltanto una volta, il padre che hanno in comune ha lasciato sia l’uno che l’altro, e di primo acchito non sembrerebbero destinati ad andare d’accordo. Eppure quel padre inaffidabile, bugiardo, truffaldino e pieno di debiti, che non risponde ai figli neppure quando sono in difficoltà, ha segnato entrambi profondamente. Per farla breve, insomma, Mario raggiungerà Dario e tra loro nascerà un po’ alla volta un rapporto sincero e pieno di comprensione…

Dopo la prima sequenza lo spettatore farà bene a dimenticare Spielberg, l’azzardo della fantascienza, il genere, ma pure le sottigliezze implicate nel personaggio di Deryfuss per non parlare del contesto politico evocato da Incontri ravvicinati. Insomma farà bene proprio a non pensarci neanche lontanamente. Perché in realtà il sistema solare attorno cui tutto ruota, ne Il grande passo è solo una poco credibile storia famigliare con un personaggio almeno cinquantacinquenne che non ha fatto altro, per l’intera vita, che costruire un razzo lunare con cui assecondare la propria idealizzazione del padre. Il superamento del papà stronzo e delle domande lasciate inevase dalla sua assenza è il vero grande passo che i due consanguinei (l’idea che Battiston e Fresi possano essere credibili congiunti è una delle poche intuizioni del film) devono compiere per maturare veramente, ma il personaggio di Battiston è veramente fuori fuoco. In maniera molto poco ispirata verrete scaraventati da Spielberg alle meste lande dei film di Mazzacurati per assistere alla progressiva fiducia reciproca tra due fratellastri sconosciuti (destinati chiaramente a diventare sodali e complici), vedere il bar di paese con le macchiette del caso e la bella signorina piena di idealismo che però sta con il riccastro della zona (e, pur con tanto idealismo negli occhi, non si direbbe intenzionata a lasciarlo). Tra un pasto di uova sode e una cena col pollo al forno e patate, Mario si emancipa un po’ dalla madre mentre Dario ondeggia tra la paura di essere effettivamente suonato e la convinzione che i sogni non son solo desideri chiusi in fondo al cuor ma cose da mettere in pratica. Sospeso senza una soglia stilistica autentica tra il racconto di uno che veramente ha costruito una navicella per andare sulla luna e la risaputa storiella famigliare, Il grande passo è piuttosto prevedibile ma riesce persino a essere involuto nell’intreccio. In sostanza del tutto realistico, il film fatica infatti a reggere l’atipica trama di un tizio di mezza età che si occupa di razzi lunari nella campagna veneta senza essere ridicolo: il mélange lascia un po’ basiti e forse basta limitarsi a dire che la commistione tra elementi non è riuscita, non tiene proprio. Peccato perché qualche follia ogni tanto farebbe bene al cinema italiano. Il problema però è sostenere la surrealtà, o il genere fantastico, o la bizzarria, non usandoli come meri elementi “simpatici” appiccicati a una storia nota e stravista nel tentativo di renderla meno sdrucita.

Torino Film Festival 2019, Il grande passo: Fresi e Battiston finalmente fratelli. La recensione

Costruire in un fienile un missile per arrivare sulla Luna sembra un roba da matti. E nel piccolo bar del Polesine, Dario (Giuseppe Battiston) è considerato, più che lo scemo, il velleitario del villaggio. Un Ufo antropologico. Un giorno fa irruzione alla sua vita, in virtù di una serie di vicissitudini, il fratello che vive a Roma e che ha visto una sola volta, Mario (Stefano Fresi), figlio dello stesso padre ma di una madre differente. E le conseguenze, soprattutto sul piano umano, saranno imprevedibili.

Di film italiani come Il grande passo, presentato in concorso al 37esimo Torino Film Festival, se ne vorrebbero vedere più spesso. Perché, al netto di tutti i difetti e le imprecisioni di scrittura che gli si possono imputare, dei cali di tono e delle imperfezioni, ha un cuore grande e generosissimo e una coefficiente di piacevolezza che gli deriva dalla sincerità toccante e commovente delle sue idee, evidenti fin dal prologo a carattere lunare: una sequenza curata sotto il profilo visivo, sonoro e formale come fossimo davanti a un blockbuster di fantascienza americano più che a una tenue commedia di casa nostra, affettuosa e un po’ stramba nelle sue coloriture sci-fi (come già Tito e gli alieni, visto due anni – non a caso – sempre a Torino).

E una menzione obbligata merita soprattutto, fin da subito, lo spunto di far interpretare finalmente a due attori come Stefano Fresi e Giuseppe Battiston il ruolo dei fratellastri, il primo pacioso e mammone il secondo decisamente spigoloso.  Visto che in passato si è più volte ironizzato sulla cosa, anche da parte dei diretti interessati, pronti a scherzare sugli innumerevoli casi in cui sono stati scambiati pubblicamente. I due sono totalmente al servizio dell’incontro scontro tra due consanguinei identici nel fisico e diversissimi nell’animo, che hanno reagito in maniera diametralmente opposta al vuoto lasciato da un genitore assente e disattento.
L’accostamento coatto cui la vita li costringe genera una miriade di situazioni buffe e agrodolci, in cui i rispettivi caratteri si fanno entrambi portatori di due visioni del mondo fortemente radicate dal punto di vista geografico e sociale. La romanità del personaggio di Fresi è infatti accogliente e rassicurante, tra panini con la cotoletta artigianalmente preparatigli dalla madre, coppette all’amarena consumate in quantità industriale e sorrisi estremamente bonari anche quando forzati e tirati via. Quello di Battiston, invece, è un grumo di isolamento e durezza, di sogni troppo grandi e probabilmente mal riposti, che ne hanno indurito il temperamento fino a renderlo intrattabile come un orso prigioniero del suo letargo esistenziale sprofondato nella provincia nordica.
Seguendo questo doppio tracciato il secondo film da regista di Antonio Padovan, già dietro la macchina da presa per Finché c’è prosecco c’è speranza, scorre placidamente, con grazia soffusa e confortevole, con un tepore umanista (e diciamo pure casereccio) che sa come farsi perdonare i propri limiti, sciogliendo le baruffe e le divergenze tra Dario e Mario (interessante, tra l’altro, che a separarli ci sia una sola lettera) in una commozione esile finché si vuole, ma in compenso mai stonata e sopra le righe. Il merito è anche di un’ambientazione e di alcune scelte di contorno molto curate, che nei paesaggi e nella tipologia di caratteristi adottati, da Roberto Citran a Teco Celio, non possono davvero non ricordare il cinema del compianto Carlo Mazzacurati.

Il grande passo: recensione della commedia malinconica con Giuseppe Battiston e Stefano Fresi in concorso a Torino 2019

Opera seconda del veneto Antonio Padovan racconta due fratelli molto diversi che imparano a conoscersi.

Lo spazio è da sempre un luogo dell’anima dell’essere umano. Un mistero seducente e spaventoso, un luogo da cui possono provenire conferme che non siamo soli, sotto forma di alieni più o meno minacciosi, o un posto ultraterreno in cui i nostri amati che non ci sono più potrebbero ancora mettersi in contatto con noi, come nel delizioso Tito e gli alieni di Paola Randi. Però l’infinito che ci circonda può anche essere un luogo da raggiungere fisicamente, la linea d’ombra da valicare per partire per un viaggio nella parte più profonda di noi, oltre che dello spazio.
È il caso de Il grande passo, un altro film italiano che vuole scommettere sulla fantascienza per raccontare qualcosa di molto più terreno e comune come la ricerca di una propria identità in una società che ci vorrebbe tutti uguali e omologati. Non lo è sicuramente, omologato, il solitario e scorbutico Dario, che abita in un nordest nebbioso e dalla campagna infinita che somiglia a quello raccontato da Carlo Mazzacurati, e che non stonerebbe, come personaggio, in un film del regista veneto. In fondo viene da quelle parti anche il giovane autore, Antonio Padovan, giunto all’opera seconda, a tre anni di distanza da Finché c’è prosecco c’è speranza.
Come in quel film, anche ne Il grande passo il protagonista, Dario, è Giuseppe Battiston, per la prima volta messo al fianco di una sorta di sosia fisico, Stefano Fresi, ovvero Mario. I due sono fratelli di madre diversa, praticamente non si conoscono. Mario abita a Roma, è un bonaccione senza troppe ambizioni con una dipendenza dal gelato all’amarena, oltre che dai pasti che ancora gli cucina la madre, con cui condivide la casa e un negozio di ferramenta. Dario invece gli attrezzi li usa per volare via leggero, picchia duro su pesanti martelli e macchinari da lui inventati per costruire una navicella spaziale con cui andare sulla luna. Ha deciso di dedicare la sua vita a quello, al suo sogno, fregandosene delle meschinità degli ostili caratteristi che si aggirano nel suo paese e nella sua vita, segnata da bullizzazioni e prese in giro. Lo chiamano Luna storta. Proprio per un tentativo di decollo di Dario fallito, risoltosi in un incendio, viene convocato il fratello Mario, vista l’indifferenza del padre sempre assente. Occasione per i due di conoscersi, dopo la prevedibile e un po’ macchinosa sequela di incomprensioni reciproche, con tanto di spaesamento del romano nell’ostile brughiera padana.
Il grande passo è quello che porta a seguire il proprio istinto, rivendicare la propria eccentricità, e in questo Padovan non ci racconta niente di rivoluzionario. Quello che cerca è di lavorare su una forma che mescoli i generi, con gli effetti speciali di una missione spaziale alternati a qualche siparietto da commedia all’italiana. Una fusione non sempre efficace, un ibrido che meritava di lasciare più spazio alla fantascienza, ai voli liberi ed eccentrici di Dario. È un peccato, perché la coppia Battiston e Fresi era un’ottima idea, e in fondo funzionano come falsi sosia, come gemelli ben diversi, in cui però lo spazio per la conoscenza reciproca ne rallenta il viaggio con troppe diversioni, rallentando il ritmo e diluendo troppo la portata incandescente del carburante che li avrebbe potuti portare fino alla Luna.
Un film che arriva a curioso suggello dei festeggiamenti del cinquantenario dello sbarco sulla Luna, un sogno che tenne col fiato sospeso miliardi di persone in tutto il mondo, ma che ora sempre dimenticato e fuori moda, come Dario. Un sogno figlio della guerra fredda seppellito con la caduta del muro (altro anniversario di quest’anno) e della cortina di ferro. Manca proprio semplicemente voglia di sognare, oggi, o anche solo di guardare in alto ogni tanto immaginando cosa ci sia. Siamo accecati da un inquinamento luminoso e cinico, è il monito più chiaro ed efficace su cui Il grande passo ci invita a riflettere; o meglio ancora, ad agire e partire.

“Il Grande Passo” di Antonio Padovan – Due fratelli e sorella luna

Il pacioso e generoso Mario (un grande Stefano Fresi) vive a Roma, gestisce con la mamma una ferramenta e ha l’inno della Roma nella suoneria del cellulare. Un giorno riceve una telefonata dal Veneto: un avvocato (Roberto Citran) lo avverte che suo fratello Dario (un non meno immenso Giuseppe Battiston) è accusato di incendio doloso al campo del vicino e rischia la galera o il manicomio, a meno che qualche parente non si occupi di lui.

I due sono fratelli di madri diverse e di un padre che ha abbandonato entrambi in tenera età senza più dare notizie di sé. Ognuno di loro ha in diverso ricordo del padre: Dario lo ha mitizzato mentre Mario lo ha più realisticamente inquadrato come sostanzialmente un fallito. Quasi identici nella corpulenza dell’aspetto, i fratelli si erano incontrati solo una volta, da bambini, ma da allora era calato il silenzio.

Ora però in Mario si accende una scintilla di nostalgia e d’isitinto raggiunge Dario, che vive in una casale isolato nella campagna veneta ed è considerato da tutti un mezzo matto: “Luna storta” è il suo soprannome; il suo chiodo fisso, infatti, è la luna, fin da quando da bambino vide in televisione il primo uomo che ci mise piede e che da sempre lui stesso vuole emulare.

L’incontro – scontro tra i due è una struggente e intensa metafora del confronto tra due mondi, due mentalità, due filosofie di vita: i sognatori che provano a cambiare il mondo, anche a costo di rischiare molto, tutto, e i pratici, che si accontentano di tirare avanti ma che alla fine applaudono. Eppure più i fratelli si conoscono e più si sentono uniti e si rendono conto di aver bisogno l’uno dell’altro per realizzare se stessi. Molto interessante è la sensibile analisi di come reagiscono le persone (che siano fratelli, genitori o amici) vicine a chi ha un sogno così grande che è nello stesso tempo profondamente generoso e crudelmente egoista.

La vicenda si snoda tra gag comiche e sentenze serie, tra malintesi e comprensioni, via via che si approfondisce la caratterizzazione dei protagonisti e anche la definizione di quel mondo che non è più rurale ma non è nemmeno altro, talvolta arricchito in fretta senza la ricchezza della consapevolezza di sè. Un mondo avvolto di nebbie padane, metafora di una nebbia interiore, dalla quale il “matto” Dario deve uscire, a costo di osare l’impossibile.

Il film scorre rapido, intenso, senza nulla di superfluo, con l’affettuoso sguardo di chi quelle terre le conosce bene, le ama profondamente e (come il compianto Carlo Mazzacurati) sa come raccontarle per farle amare allo spettattore. Ma sia ama anche l’ingenua follia rappresentata da Dario tanto quanto la generosa bonomia del più concreto Mario. Si comprende lo sguardo ironico di sufficienza dei paesani e la rozza volgarità dell’arricchito, personaggi che sono parte essenziale della ricchezza del racconto.

Il regista trevigiano Antonio Padovan, ad appena trentaquattro anni, ha già dato prove di grande valore, sia nel cinema, sia nella pubblicità ed è molto apprezzato anche negli Stati Uniti. Dopo il successo del suo primo lungometraggio (Finché c’è Prosecco c’è speranza, tratto dal romanzo di Fulvio Ervas) ci è cimentato ora anche nella stesura del soggetto (realizzato insieme con Marco Pettenello, già autore di film con Carlo Mazzacurati), con questa originale  pellicola di rara sensibilità e profondità che è l’unico film italiano presentato in concorso al Torino Film Festival 2019.

IL GRANDE PASSO/ Battiston e Fresi irresistibili nella brillante commedia di Padovan

Unico film italiano in concorso al Torino Film Festival 37, Il grande passo strappa applausi. Opera seconda di Antonio Padovan, regista dell’ottimo Finchè c’è Prosecco c’è speranza, il lungometraggio racconta la storia di due fratelli, Dario e Mario Cavalieri: fin dall’età di 6 anni, quando vide in diretta le immagini del primo sbarco sulla luna dell’uomo, Dario (Giuseppe Battiston) non ha mai smesso di volerci andare. Soprannominato “Luna storta” in paese  – nel Polesine –  ha costantemente desiderato realizzare quel sogno impossibile. Mario (Stefano Fresi), invece, gestisce una ferramenta a Roma, ma la sua vita cambia quando il fratello causa un incendio e finisce in prigione. La madre di Dario è morta da anni e Mario si ritrova ad essere l’unico parente che può occuparsi di quel fratello, visto una sola volta in vita sua. Dopo aver pensato a lungo sul da farsi, Mario decide di partire verso il Nord: i due fratelli, simili a livello fisico, ma con caratteri completamente diversi, si ritroveranno di fronte a un’impresa impossibile…
Figli dello stesso padre e di madri diverse, Mario e Dario Cavalieri inizialmente devono far fronte a insofferenze e litigi, ma con il trascorrere del tempo nasce la complicità. Dario ha un bel ricordo del papà, che gli ha trasmesso la passione per le invenzioni e per le imprese impossibili: da qui il sogno di mettere piede sulla Luna, con i desideri che rappresentano la differenza tra gli esseri umani e gli animali (parole del genitore, del resto). Mario, invece, non ha un belle parole per descrivere il padre e conduce una vita senza grosse sorprese, priva di ambizioni. Terribilmente piatta, contrariamente a quella – anche solo a livello di immaginazione – del fratello.
Tra i migliori attori del cinema italiano, Giuseppe Battiston e Stefano Fresi forniscono quel quid in più a un film che vanta un’ottima sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista e Marco Pettenello): simili a livello fisico, come dicevamo, i due protagonisti evidenziano un grande affiatamento, nonostante si tratti della prima volta insieme davanti alla macchina da presa. C’è tanto cinema italiano, Mazzacurati su tutti (ambientazione e voglia di normalità über Alles), ma Padovan strizza l’occhio anche al cinema americano: oltre alle inquadrature, c’è quel desiderio ardente di sognare che – senza esagerare – ricorda Steven Spielberg. Da non dimenticare anche gli altri componenti del cast, preziosissimi: Roberto Citran, Camilla Filippi, Vitaliano Trevisan, Teco Celio e Flavio Bucci.
Da una parte, dunque, il sogno di andare sulla Luna, dall’altra il fiorire del rapporto tra due fratelli caratterialmente diversi: un racconto lineare accompagnato dalla sublime fotografia di Duccio Cimetti e dal (solito) straordinario commento sonoro di Pino Donaggio. Il grande passo porta una ventata di novità nel cinema italiano e merita grandi fortune al botteghino: complimenti alla direttrice Martini per la scelta di portarlo in concorso, il Torino Film Festival può rappresentare un grande trampolino di lancio.

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